Appesa a un vecchio palazzo di Manhattan dondolava una civetta di metallo nero. Dondolava tutto il giorno e in realtà era stata messa lì in alto, chissà quando, per spaventare gli uccelli, quelli veri, e tenerli lontani. Perché non sporcassero, per esempio.
Ma gli uccelli sapevano bene che si trattava soltanto di una civetta di ferro nero e anzi si divertivano a sedercisi sopra, a usarla come altalena, sembrava che lo facessero apposta a svolazzarle intorno tutto il giorno.
La civetta sopportava in silenzio. D’altra parte non avrebbe potuto far nient’altro. Era di ferro... e gli occhi erano di vetro giallo un po’ sbiadito. Ma dentro, quella civetta, aveva proprio una gran voglia di farsi un giro sopra i tetti di New York. Soprattutto di sera, quando tutto si trasformava in una distesa interminabile di luci. Pazientemente aspettava, contentandosi di dondolare, tanto quanto gli permetteva la catena a cui era attaccata. Pazientemente sopportava gli uccelli antipatici o molesti, quelli che si davano un sacco di arie e quelli stizzosi.
Alcuni invece erano diventati amici. Soprattutto Jack, che si entusiasmava tanto parlando di politica e di religione, e le cui storie erano veramente appassionanti. Specialmente quelle del Central Park. Lì sì che sarebbe stato un posto ideale per una vecchia civetta come lei.
L’aria della città era satura di misteri e di energia e sembrava che aspettasse solo che qualcuno la fendesse, si immergesse in tutto quel vivere e, tra una virata e l’altra, provasse a raccogliere quei misteri uno per uno, come se fossero fiori del vento. (...)

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Estratto dalla raccolta di racconti: “La Civetta di Manhattan”:

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